Asti. L’archeologia degli Etruschi a Palazzo Mazzetti

Asti. L’archeologia degli Etruschi a Palazzo Mazzetti

La mostra di Asti sugli “Etruschi” a Palazzo Mazzetti, aperta dal 17 marzo al 15 luglio 2012, espone 300 reperti archeologici, 140 dai Musei Vaticani, in particolare Museo Gregoriano Etrusco, il resto da grandi centri museali e culturali. Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti con il sostegno della Regione Piemonte e il coordinamento organizzativo di Civita, curatori Maurizio Sannibale per i Musei Vaticani e Alessandro Mandolesi dell’Università di Torino.

Per la presenza degli Etruschi al Nord del paese, oltre che nei territori dell’Etruria dell’Italia centrale, il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci li ha definiti “precursori dell’unificazione dell’Italia” avendo assunto “un ruolo identitario” nel formarsi dell’Italia unita. E’ uno straordinario riconoscimento che rende onore alla storia appassionante sottesa alla loro presenza nel settentrione del paese con riflessi sull’Europa celtica: la diffusione della civiltà greco-omerica con i suoi valori civili che sovrastano quelli esclusivamente militari. Il prestigio dell’eroe omerico non risiede solo nelle virtù belliche ma anche nei valori civili, come il benessere raggiunto, la cura della persona, con lo sport e altri comportamenti più aperti e, per così dire, moderni.

Nella carrellata di 300 reperti si ripercorre questa storia, da noi delineata per sommi capi in precedenza: sono segni di una civiltà rivissuta con i resti che ne testimoniano i singoli aspetti considerati come tessere di un mosaico dal quale si può ricavare una suggestiva visione d’insieme.

Abbiamo cercato di fare quest’operazione concentrandoci sui reperti più significativi di quattro categorie: i segni guerreschi e quelli di vita quotidiana, i siti funerari e i riferimenti piemontesi.

I segni guerreschi e gli oggetti quotidiani: brocche e vino

Non si può non iniziare con l’Elmo crestato villanoviano in bronzo, posto all’ingresso della mostra a testimoniare i primi contatti degli Etruschi con gli abitanti della valle del Tanaro. Si ritiene sia stato donato da un principe guerriero venuto dall’Etruria a un capo locale nella seconda metà dell’VIII secolo avanti Cristo. E’ un manufatto pregiato che come i tanti altri portati dagli Etruschi, in particolare le ceramiche, non poteva non incidere sull’artigianato dell’Italia nord-occidentale, e così per le lavorazioni agricole, in particolare la viticoltura e l’olivicoltura. Di qui il sottotitolo della mostra “Etruschi” è “L’ideale eroico, il vino lucente”, l’ideale è l’eroe omerico.

Segue la ricostruzione di un guerriero-oplita di età arcaica , il viso coperto dalla Maschera-visiera di bronzo, che risale al 550 a.C., trovata a Vulci nel 1837, proviene dai Musei Vaticani.

Questi reperti, con gli altri della stessa natura, segnano in un certo senso l’inizio del percorso: l’influenza etrusca che trasmette la cultura greco-omerica doveva incidere sull’immagine dell’eroe ideale identificato nelle virtù militari di cui l’elmo è il simbolo, per una figura più legata alle virtù civili nelle quali vediamo riflessi i valori del censo e di una vita dove trova spazio anche l’arte.

A testimoniare tale evoluzione citiamo intanto una serie di oggetti per la casa che riflettono l’agiatezza con le loro decorazioni artistiche: l’Olla decorata ad incavo con il motivo del “Signore dei cavalli”, da Vulci, che risale al 675- 625 a. C., e il Vaso canopo su trono” da Cetona, Cancelli, 625-600 a. C.; l’Hydria ceretana del Pittore di Busiride con “Eracle contro Alcioneo” e l’Hydria attica del Pittore di Antimes con “Donne alla fontana” da Vulci, entrambe del 520 a C. circa, provenienti dai Musei Vaticani. Figure veramente pregevoli per fattura e collocazione.

Significativi per altri versi i reperti da diversi musei archeologici: da quello di Grosseto la Brocchetta nuragica di Vetulonia, da quello di Tarquinia le Navicelle in ceramica , entrambi del IX sec. a. C.; dal Museo archeologico nazionale di Firenze il Modellino ceramico di carro, da Bisenzio, VIII sec. a.C. e il Foculo con corredo in bucchero nero, da Chiusi, VI sec. a. C.

Va ricordato, rispetto alle brocche, la diffusione del vino con la viticoltura: la vite “domestica”, non presente in natura è il risultato di un processo di selezione e ibridazione della vite “selvatica” nelle regioni temperate mediterranee sin dal Neolitico. Con la colonizzazione greca del Mediterraneo occidentale si introducono nuove forme di “domesticazione” delle viti selvatiche nell’Italia meridionale e in Etruria, poi le tecniche e le talee si trasmettono nelle rotte commerciali: il Lazio e l’Etruria diventano il crocevia del commercio del vino di provenienza greca e la viticoltura etrusca diffonde le relative tecniche, in particolare quella dell’arbustum, presso i Celti dell’area cisalpina.

I siti funerari e le scene di vita; il “gusto etrusco” piemontese

In aggiunta agli oggetti sono esposte rappresentazioni di vita quotidiana trovate nei siti funerari, nei quali spiccano le scene di banchetti riprodotte in dipinti di straordinario valore. “Paradossalmente l’archeologia ‘della morte’- scrive Maurizio Sannibale, uno dei due curatori della mostra – consente di comprendere meglio la concezione della vita di questi antichi abitatori dell’Italia”. Nel rituale funerario si esprime il valore dell’individuo inserito nella propria struttura sociale in una civiltà stanziale, soprattutto urbana; di qui il corredo delle tombe con armi e ornamenti della persona, brocche, vasi e altri oggetti per bere e mangiare, insieme a bevande e cibi.

Lo vediamo nella “Scena di banchetto” da due diversi siti di Tarquinia, nella Tomba della Scrofa nera, 475-450 a. C. e nella Tomba del triclinio, 470 a. C., dipinti di pregevole fattura che furono staccati dal sito per conservarli, la mostra ce li presenta come testimonianza di quest’antica civiltà, per la prima tomba ricostruendo l’ambiente funerario in cui è rappresentato il banchetto. “Celebrato dalla comunità dei vivi – è ancora Sannibale – come rito identitario e di appartenenza, ma al contempo traslato nel mondo degli inferi a voler costituire una connessione reciproca con l’Aldilà”. Che per gli Etruschi nell’epoca arcaica “appare una dimensione piuttosto che un luogo”.

Dalla Tomba delle Bighe, 500-490 a. C., sempre di Tarquinia, un’antica copia ottocentesca del dipinto “Danzatori e gare atletiche”, dai Musei Vaticani, non solo una testimonianza di vita ma anche un’offerta al defunto nel solco di un a tradizione che si trova in Omero e viene trasmessa dagli Etruschi nelle civiltà del settentrione, che alle virtù militari aggiungono così altri valori.

Un reperto molto particolare è il Sarcofago in nentro dalla tomba di Vipinana di Tuscania , 310-300 a. C. perché per la prima volta lo vediamo completo del Coperchio con la statua del defunto giacente: la cassa proviene dal Museo archeologico di Firenze, il coperchio dai Musei Vaticani, almeno per il periodo della mostra le due componenti del sepolcro funerario vengono riunite. L’immagine conviviale è nel coperchio, con la statua del defunto disteso sul triclinio e la testa appoggiata alla mano sinistra, mentre nella cassa è riprodotto in bassorilievo il mito dei Niobidi.

Dalla morte alla vita la mostra passa con oggetti ornamentali e in genere per la vita quotidiana: del IV secolo a. C.: la Coppia di orecchini a sanguisuga con grappolo, preziosi monili d’oro, e l’Oinoche in bronzo, un’ansa con figura alata, entrambi dai Musei Vaticani. E soprattutto con una sfilata di volti degli Etruschi nelle diverse età della vita, dal neonato all’anziano, che fanno “vedere” da vicino questi lontani progenitori, come sfogliando un album di famiglia. Citiamo per tutti la Testa votiva maschile in terracotta, 350-300 a. C. di Cerveteri, dai Musei Vaticani; notiamo anche un’anteprima, due Visi grotteschi usciti per la prima volta dai depositi dei Musei Vaticani.

La mostra si conclude con l’imprinting piemontese: la ricostruzione del Gabinetto ‘etrusco’ del Castello di Racconigi, opera dell’artista Pelagio Palagi, cui fu commissionato da Carlo Alberto: sono esposti anche i Disegni per le vetrate dall’Archiginnasio di Bologna, arredi e decori di quello studio in stile neo classico. Il “gusto etrusco”, che si richiamava alla classicità, si diffuse tra il ‘700 e l’’800 in Europa e nel Piemonte per impulso delle famiglie aristocratiche e dei grandi personaggi fino alla corte sabauda: Valeria Roncuzzi considera il Gabinetto Etrusco “emblema della rivalutazione dell’arte italica secondo gli ideali ‘prerisorgimentali di Casa Savoia”.

Da Omero ai Savoia, partendo dal ritrovamento di un elmo offerto dai trafficanti venuti dal Mediterraneo ai piemontesi del luogo, la mostra sugli Etruschi fa ripercorrere itinerari culturali e sentimentali che risalgono agli anni di scuola e richiamano memorie legate a un periodo irripetibile, in tutti i sensi, della vita di ognuno. L’archeologia può fare anche questo miracolo.

Info

Asti, Palazzo Mazzetti, via Vittorio Alfieri 357, Da martedì a domenica ore 9,30-19,30, lunedì chiuso. Ingresso intero euro 9, 00, ridotto euro 7,00 (gruppi, meno di 18 anni, più di 65 anni, convenzioni) e 3,00 (speciale scuole). Tel. 199.75.75.17; www. palazzomazzetti.it; www.etruschiadasti.it.

Ph

Le immagini sono state cortesemente fornite dai Musei Vaticani, che si ringraziano; i loro reperti sono coperti dal copyright Foto©Musei Vaticani. Si ringraziano anche gli altri musei prestatori.

Foto di apertura: Sarcofago di Velthur Vipinana, coperchio a kline con defunto sdraiato (calco, originale al Museo Archeologico di Firenze), cassa lavorata su tre lati: sulla fronte la strage dei niobidi, sul lato sinsitro duello fra un centauro e due Lapiti, sul lato destro Achille fa scempio del corpo di Ettore; nenfro; 310-300 a.C.; rinvenuto nel 1839 a Tuscania, Necropoli del Carcarello, scavi Campanari; Museo Gregoriano Etrusco, Sala IV; Inv. 14947.2.1 (cassa) e  Inv. 14947.2.2 (coperchio, calco)

Scritto da il 17 marzo 2012. Tematica: archeologia etrusca,mostre.

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