Parma. La radiografia svela il gatto mummificato

radiografia svela il gatto mummificato

Risale al diciannovesimo secolo l’acquisto della mummia di gatto esposta presso il Museo di Parma, che la comprò da un antiquario insieme a molti manufatti che convoglieranno nella collezione egizia del centro espositivo. Amatissimo dagli Egizi per la sua capacità di cacciare i topi, elevato a protettore della casa, il gatto incomincia con la XXII Dinastia a essere considerato incarnazione delle divinità e in particolare l’esemplare femmina il rappresentante terreno di Bastet.

Cominciarono così a sorgere ovunque, in Egitto, templi dedicati alla dea, primo tra tutti quello edificato nel Basso Egitto, lungo il corso del Nilo, nella città di Bubastis. Inizialmente, al momento della dipartita, il felino veniva mummificato e seppellito all’interno del santuario in fosse comuni, ma dal terzo secolo avanti Cristo si cominciò ad allevare sistematicamente i gatti vicino ai templi per poi farne mummie che i fedeli compravano per depositarle come offerte nei templi.

Le indagini archeologiche hanno riesumato numerose mummie di gatti morti innaturalmente o prematuramente, soprattutto gattini di pochi mesi di età, che risultavano più adatti alla mummificazione. Secondo Roberta Conversi, archeologa della Soprintendenza, questo è sicuramente il caso della mummia-gatto conservata a Parma. Il manufatto è stato realizzato accuratamente e l’esecuzione è di alta qualità; all’interno delle bende è avvolto l’intero corpo dell’animale, mentre è facile trovare soltanto una parte del felino, se non pezzi di un altro o anche il solo fantoccio, che non racchiude nulla. Le bende sono avvolte in maniera da formare motivi geometrici, mentre gli occhi sono disegnati con inchiostro nero, su pezzi tondeggianti di benda di lino.

Sul mercato egizio circolavano diversi modelli di mummie-gatto, realizzati per accontentare le richieste dei clienti pii, dalle versione economiche, i cui bendaggi avvolgevano soltanto una parte del felino o addirittura niente, a mummie molto curate, di alta qualità, con bendaggio dipinto che avvolgeva gatti interi. La testimonianza del Museo parmense rientra sicuramente tra i modelli più ricercati, acquistato da un fedele che, recandosi al tempio, scelse una mummia di gatto di elevata qualità e quindi costosa, per offrirla a Bastet.

Le radiografie, effettuate dal veterinario-radiologo Giacomo Gnudi, mostrano che l’animale è stato bendato in maniera da occupare il minor spazio possibile, con gli arti inferiori stretti vicini al torace e le costole compresse; inoltre, la frattura/foro nel cranio sembra avallare l’ipotesi di una morte innaturale. Tutte le informazioni archeologiche e radiologiche concorrono a fare della mummia di gatto conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Parma una testimonianza di grande interesse e importanza scientifica. Adesso la Soprintendenza attende i fondi per finanziare l’accurato intervento di restauro, necessario alla futura esposizione della mummia.

Scritto da il 28 novembre 2011. Tematica: archeologia egiziana,ricerca & studi.